giovedì 12 aprile 2018

Trekking in Nepal al Campobase dell'Everest (19ott-5nov 2018) in occasione del festival buddhista del MANI RIMDU

A breve inserirò nel sito il  programma dettagliato di questo viaggio che ho fatto tantissime volte senza mai stufarmene.
L'Ama Dablam da Namche Bazaar
Il MANI RIMDU è una festa che si celebra presso il monastero buddhista di Tyangboche a 3850m. lungo la via dell'Everest all'ultima luna piena di novembre, una cerimonia tra il sacro e il profano alla quale partecipano migliaia di locali e trekkers.

Ho voluto intanto pubblicare le date di questo trekking affinché chi fosse interessato possa organizzarsi per tempo.
A tra poco con i dettagli.

Intanto sono disponibile per informazioni +39.3277105289 (tel e watsapp) o via mail info@marcellocominetti.com

giovedì 1 marzo 2018

In Evidenza: Sentiero E4 a Creta (24-29aprile)


PARTENZE PRIMAVERILI CONFERMATE PER: 
clicca sul nome per andare al programma-iscrizioni aperte ma posti limitati


Porto Loutro

Verso le Gole di Tripiti
Chora Sfakion, chiesa ortodossa
-Sentiero E4 sull'isola greca di CRETA dal 24 al 29 Aprile, 680€/pers. Le storiche vestigia di alcune delle civiltà più antiche del vecchio Continente, unite a scorci mediterranei di bellezza estrema e all'accoglienza della popolazione locale e della sua gastronomia, sono solo alcuni degli "ingredienti" che rendono una camminata a Creta, un'esperienza imperdibile. Si cammina su buon sentiero (tranne pochi tratti) lungo la costa meridionale che si affaccia sul Mar Libico e ci si ferma in remoti villaggi pernottando in comodi B&B, cenando in riva al mare tra i pescatori. Le tappe hanno lunghezza variabile e iniziano brevi per terminare più lunghe e impegnative e sono adatte a normali escursionisti. Lo zaino, se si porta l'indispensabile, è leggero e chi vuole può fare il bagno in mare ogni giorno. 
Per raggiungere Chania: www.skyscanner.it , possibilità di estendere la permanenza a Creta visitando l'isola con mezzi pubblici o noleggiando a prezzo basso un'auto. 
Informazioni info@marcellocominetti.com tel. e wa +393277105289

lunedì 19 febbraio 2018

Dedicato a Jim Bridwell

Non vorrei che questo blog venisse scambiato per una serie di necrologi. Prima la Hawley, ora Bridwell... Spero che il prossimo post abbia altro tema.
Mi sembra riduttivo congedarmi da Jim Bridwell con un racconto superficiale che avevo scritto per un magazine locale, ma se penso a quei giorni sulle Dolomiti, ricordo tanto divertimento e follia.
Poi, The Bird, cazzo, te ne sei volato via all'improvviso e chi se la sente di scrivere qualcosa di circostanza? Beccatevi quindi queste righe.


CLIFFHANGER
Valanghe, aneddoti e paura sulle Dolomiti prestate a Hollywood per le scene più spettacolari di un ormai vecchio e patetico film.



Alle nostre spalle, la turbina del Bell 205 ronzava rassicurante nell’abitacolo mentre lo Huey imboccava la Val Mesdì avvolto dalle nuvole con noi e mezza tonnellata di attrezzatura cinematografica dentro.
Praticamente solo io, guida di montagna del posto, sapevo dove eravamo e Marc Wolff, il navigato pilota inglese ai comandi, si fidava di me in maniera preoccupante.
Il vecchio elicottero di scena e trasporto su cui ci trovavamo era un cigolante catorcio reduce dalla guerra del Vietnam e si era beccato diverse raffiche di mitragliatrice, tanto che i sei fori mal stuccati sul montante destro del portellone facevano spesso da sfondo alle foto ricordo che in molti di noi si facevano.
Il velivolo, assieme a un suo gemello, era stato noleggiato nel 1993 presso una ditta tedesca dalla Carolco Pictures, la casa di produzione americana a cui faceva capo una variegata troupe, e di cui anch’io facevo rocambolescamente parte, che girava Cliffhanger, un film con Sylvester Stallone come protagonista nelle vesti di un improbabile alpinista alle prese con dei criminali.
Il regista Renny Harlin dirigeva quello che poi risultò nelle sale come  un polpettone avventuroso in salsa hollywoodiana che per gli alpinisti non riusciva ad essere neppure un film comico, ricopiando nella trama una storia realmente accaduta negli anni ’70.
Sui monti di Yosemite negli Usa precipitò un piccolo aereo carico di droga e dollari. Era inverno e alcuni scalatori hippies della zona scoprirono per primi i rottami e…vissero qualche anno di rendita. Anni dopo uscì anche un libro che raccontava la storia che nella traduzione italiana si chiamava Angeli di luce.
Per tirarci fuori un colossal la regia si inventò una storia gonfiata da agenti dell’ FBI corrotti, eroi del soccorso… di montagna (stavo per dire “alpino” ma nelle montagne rocciose dove il film è ambientato, bisognerebbe dire “roccioso” e non suonerebbe eroico abbastanza), cattivi senza scrupoli e donnette innamorate che precipitano dalle rocce e quelle cose lì, tanto care agli estimatori del cinepanettone in versione alpinistica.
Per realizzare il film la produzione miliardaria aveva cercato il fior fiore dell’alpinismo (cosa ci facessi io, modesta guida alpina da Corvara, quindi non l’ho mai saputo) e quel giorno delle nuvole in Val Mesdì sui tre elicotteri diretti alla cima dell’Antersass c’erano assieme al sottoscritto: Jim Bridwell “the bird”, se mettete il suo nome su Google non vi basterà una settimana per conoscere le sue avventure leggendarie, David Brashears, che girerà nel ’96 il suo celeberrimo Everest portandosi sul tetto del mondo una cinepresa Imax 3D, Robert Shauer, himalaysta da primato, Mike Weiss mitico alpinista patagonico prestato al cinema di Hollywood, Paul Sibley e Bob McDougal, inventori -tra gli altri- di una certa marca californiana detta Patagonia, Ron Kauk il nero navajo eroe di Moonlight Lightning e altre storie incredibili, David Schultz recordman de El Capitan e Wolfgang Gullich senza dubbio lo scalatore ad oggi più bravo e poliedrico mai  esistito!
Nessuno di loro, quel giorno di fine marzo, era mai stato dove ci trovavamo e la visibilità vicina allo zero non metteva allegria in nessuno, me compreso, nonostante avessi percorso quella valle decine e decine di volte e solo per questo posammo fortunosamente ad un certo punto i pattini sulla cima che cercavamo.
Un’enorme cornice di neve si protendeva verso il versante settentrionale sporgendo per una decina di metri sulla parte superiore della Val Mesdì. Era quello che ci serviva perché dovevamo riprendere una valanga mentre precipitava da ogni angolazione, compreso il suo interno, con due cineprese infilate in altrettanti robusti cassoni d’acciaio muniti di oblò ancorati sulla parete da dove la valanga sarebbe precipitata.
Come farla cadere? Erano venuti con noi due esperti di esplosivi della Val Badia che ci aveva mandato Heinz Kostner, allora sindaco di Corvara e membro del soccorso alpino, con cui avevamo individuato giorni prima il luogo adatto durante una ricognizione in elicottero durata ore. Infatti questo era una delle mie mansioni: individuare “posti” adatti che in gergo si chiamano locations.
Perplessi, i due “fuochini” osservavano il nostro gruppo di gente un po’ fuori di testa (avete mai visto dal di dentro una troupe cinematografica?) che tra un “wow” e un “killer” (=figata in slang californiano) si aggirava pericolosamente sull’enorme cornice di neve nell’eccitazione che precede qualcosa di clamoroso.
A me ‘stavolta toccava il ruolo di mediazione e traduzione tra gli addetti all’esplosivo e i pazzi con le cineprese e altre diavolerie elettroniche: tralicci, binari, torrette, cavalletti, batterie, pellicole e computers.
Il tempo era orribile e si prospettava una notte nel locale invernale del Rifugio Boé, perché gli elicotteri non si fidavano a venirci a riprendere, e io avevo già detto che con i due fuochini ci saremmo fatti scivolare sul sedere fino a Colfosco andandocene a casa nostra, sotto gli sguardi sbigottiti degli yankees che forse si credevano in cima al Denali.
Grazie a un buco tra le nuvole gli elicotteri arrivarono e il giorno dopo, che il tempo era bello, tornammo lassù per finire il lavoro.
Mentre gli alpinisti posizionavano le ultime cariche esplosive sulla cima, gli operatori prendevano posizione sotto la guida del regista e del direttore della fotografia su dei massi a circa metà della Val Mesdì. Tutto era pronto e via radio si diede il “via” all’esplosione che fu di potenza eccessiva e provocò un’enorme massa di neve che precipitò verticalmente per circa 400m lungo la parete nord dell’Antersass. Quando i blocchi di neve grandi come case toccarono il suolo si levò in aria una nuvola bianca che avanzava minacciosamente verso di noi, che eravamo una trentina di persone. In preda al panico e urlando imprecazioni come si sentono nei film di guerra americani quando gli Zero giapponesi si immolano sul nemico con i loro kamikaze ai comandi, tutti si misero a correre verso valle per mettersi in salvo. Io cercavo di urlare che era solo polvere e non c’era nessun pericolo ma ormai la situazione era fuori controllo e tutti correvano, inciampavano nella neve fonda e ruzzolavano fino a quando, tutti avvolti dal pulviscolo bianco, si resero conto che non c’era pericolo e semmai ci saremmo solo un po’ infreddoliti.
L'esplosione sull'Antersass
Finì tutto in una risata che durò ore!
Le cineprese erano restate in funzione. Buona la prima! Anche perché una seconda non ci sarebbe potuta essere.
Nel montaggio, assieme ad altre due valanghe girate su una pista di Ra Valles a Cortina e alle Cinque Torri, la scena sembra apocalittica. Stallone/Gabe nella stessa si toglie la giacca restando in canottiera per mettere in bellavista i bicipiti…
La fiction è proprio il bello del cinema e Rambo-Rocky, in questo caso, la sua apoteosi.

sabato 27 gennaio 2018

Namasté Miss Hawley

Se ne è andata all'età di 95 anni colei che tutti avevano soprannominato Miss Himalaya: il data base dell'alpinismo sugli 8000, e non solo. Elizabeth Hawley, classe 1923.
Ero stato in casa sua a Kathmandu nel 2008 in compagnia di mia moglie (Marta Trucco, giornalista), mio figlio maggiore Tommaso e una nostra amica nepalese: Beni Hoyu.
In verità l'avevo conosciuta anni prima quando era piombata nel mio albergo nella capitale nepalese, a pochi minuti dal mio arrivo con ancora lo sconvolgimento nelle ossa del viaggio aereo. Per me i viaggi aerei sono sempre tutti troppo lunghi e faticosi. Non ricordo neppure più a che cima fossi diretto ma lei lo sapeva benissimo.
Mia moglie l'aveva poi intervistata appunto per il settimanale D di Repubblica e l'intervista potete leggerla qui sul blog di Alessandro Gogna o nella colonna di destra di questo stesso web. Lì potrete sapere molto su di lei. E' inutile che io lo ripeta qui.
Miss Elizabeth ci accolse con inaspettata cordialità e ci rapì i sentimenti portandoci nel suo mondo immediatamente, raccontandoci con ironia la sua vita.
Il suo vecchio e rombante maggiolino Volkswagen era davvero parcheggiato nel parco di casa sua, una villa in stile liberty contaminato dalle discutibili geometrie moderne del paese di Tengsing, con alti alberi su cui volteggiavano minacciose grosse scimmie.
Il suo spirito tipicamente britannico tradiva fin troppo chiaramente un'origine d'oltremanica a dispetto della sua terra di nascita: Chicago negli USA.
E.Hawley, B.Hoyu, T.Cominetti e M.Trucco a Kathmandu
La studio di Elizabeth Hawley sembrava un luogo psichedelico, addobbato dagli oggetti più disparati: pupazzi di peluche, stufette a gas e elettriche d'ogni foggia, diplomi e riconoscimenti, fotografie con dediche illustri e libri. Tantissimi libri.
Il ricordo di quella mattinata nella sede dell'Himalayan Trust è indissolubilmente legato alla simpatia di questa donna d'altri tempi dall'umorismo tagliente tipico di un'intelligenza e una sensibilità superiori alla media.
A dispetto di tutti i suoi aggeggi domestici di riscaldamento se l'è portata via una polmonite, che purtroppo alla sua età è come trovarsi nel pieno delle forze sotto la caduta di un seracco!
La sua vita, davvero unica e interessante, è raccontata da Bernadette McDonald nel libro "Ti telefono da Kathmandu" con prefazione nientemeno che di Sir Hedmund Hillary.
 verso la scuola di Pangboche una delle prime costruite da Hillary
Miss Hawley però non era solo l'investigatrice alpinistica che tutti conoscevano, perché era una giornalista pura animata da grande spirito di avventura e grande curiosità, pur non avendo mai avuto interesse a salire una cima per suo conto.
Mi ricordava un po' quel personaggio (reale) ritratto a Napoli da Edoardo De Crescenzo nel suo Così parlò Bellavista, interpretato da un sarto che aveva nel suo atelier esclusivamente foto di montagne celebri. L'intervistatore gli chiese se era appassionato di montagna e il sarto rispose che era la sua più grande passione. Quindi lei avrà salito chissà quante cime, fu la domanda seguente. La risposta del sarto fu: mica sono scimunito, ho detto che ne sono appassionato ma io sulle montagne non ci vado perché è pericoloso e si fa fatica.
NAMASTE' Miss HAWLEY


venerdì 26 gennaio 2018

9 Marzo serata a PONTEDECIMO (GE) : "LIVE SIMPLY"

Invitato da un vecchio amico (Carlo Ferrari) prenderò parte alla rassegna di Viaggi
OBIETTIVO SUL MONDO
Nel video i dettagli e sulla pagina Facebook dedicata, tutte le altre informazioni.
https://youtu.be/JumEXUBCKXI  video

http://www.mentelocale.it/genova/eventi/73618-obiettivo-sul-mondo-2018-multivisioni-di-viaggi-in-4-serate-le-proiezioni.htm programma delle 4 serate

Purtroppo per gravi motivi personali sono stato costretto a disdire questo impegno.

giovedì 4 gennaio 2018

UNA MISURA DI CIVILTA'


Fontana di Lyssos a Creta (GR)
A Creta la stagione turistica si protrae da aprile a novembre. Nei ristoranti di Chania o delle numerosissime località balneari bisogna prenotare il tavolo anche in bassa stagione, tanto sono affollati.
Posti meravigliosi, gente affabile e schietta, prezzi onestissimi, gastronomia eccellente e servizi della massima efficienza sono gli ingredienti di tanto successo. Lungo le nostre riviere a fine Settembre a volte non trovi un bar aperto per berti un caffè, tanto per fare un paragone, ma come mai?
A Creta, ma non succede solo lì, ti siedi al tavolo in un qualsiasi ristorante e ti portano, senza che tu l’abbia chiesta, una brocca di acqua naturale da bere, alla fine del pasto il tipico liquore raki ti viene offerto di default e il coperto non esiste nelle voci del menù. Insomma, i motivi per andare a Creta non mancano.
Andiamo ora sui monti.
Fontana a Sottoguda, ottima accoglienza anche turistica!
Lungo l’arco alpino l’acqua non manca di certo e i vecchi montanari hanno costruito fontane e abbeveratoi in ogni valle. Le prime per dissetare le persone e per fare il bucato e i secondi per le bestie. 
Prima, durante o dopo una gita, incontrare una fontana è sempre piacevole. 
Nel bel libro di Reinhold Messner Ritorno ai Monti, c’è una frase che considero di estrema poesia e pragmatismo: 

“nel tornare a valle la fontana disseta 
tanto il più audace degli alpinisti 
quanto il semplice camminatore”.

Nei paesi delle Dolomiti dove vivo le fontane stanno scomparendo perché l’avanzata del turismo ne fa a meno volentieri a vantaggio delle terribili bottiglie in plastica. Quando ero piccolo e dicevo a mia madre che avevo sete, mi diceva che a casa avrei bevuto. A volte prima di arrivare a casa mancava qualche ora e così ho imparato a sopportare la sete. Oggi, la mamma moderna, compra subito la famigerata bottiglietta.
Fontana a S.Rocco di Camogli

Torniamo ai monti. Laddove il turismo si espande le fontane lasciano posto ai bar e basta deviare per una valle laterale meno “firmata” che subito le fontane riappaiono. Io vivo in una di quelle e davanti a casa ho una fontana dove chiunque può bere, a qualsiasi ora. Trovo che incontrare l’acqua gratuita sia una grande dimostrazione di civiltà e un metro per valutarne la portata.
Un turista intelligente dovrebbe boicottare quelle località che levano le fontane in nome di un mancato controllo sanitario, usato come scusa. Bere da una fontana non ha mai fatto ammalare nessuno ma è gratis, questo è il problema. La sterilità e la dubbia provenienza, nonostante tutte le certificazioni a norma di legge  dell’acqua commerciale in bottiglia, contrastano nettamente con un’idea di libertà e nella Natura l’essere umano ama sentirsi libero. O forse mi sbaglio. Amava, sarebbe meglio dire, perché ai più la Natura fa paura e la vivono attraverso le vetrate della spa dell’hotel stellato nel quale si sono blindati per la vacanza di rito.

Fontana a Baunei in Sardegna
Ho vissuto molti anni in Sardegna dove l’acqua potabile è una risorsa rara. Rarissima in piena estate in certe zone. Il suolo calcareo non la trattiene in superficie e le poche sorgenti sono considerate luoghi sacri. Non di rado in corrispondenza di una sorgente si trovano immagini e manufatti religiosi a simboleggiare un’atavica e antica necessità umana.
La sacra fonte di Su Gologone è divenuta negli anni un'attrazione turistica.
Quando avevo poco più di dieci anni ho trascorso tre estati a Santulussurgiu, dove quotidianamente accompagnavo il mio amico Gian Bachisio, più grande di me di un anno, a dorso d’asino, a raggruppare le sue vacche presso l’unico abbeveratoio della zona, dove altri pastori facevano la coda con le loro greggi e mandrie, per abbeverare a dovere le bestie smagrite dal caldo e dalla siccità.
Mio padre, dall’alto della sua saggezza, ha imparato da molti anni a distinguere le diverse sorgenti per il tipo d’acqua che vi sgorga utilizzandola per curarsi lievi malattie, malesseri temporanei, indisposizioni del fisico. Questa cultura dell’acqua l’ha trasmessa a tutta la sua famiglia sottolineandone sempre il valore legato alla Natura, che ha da offrire ai suoi abitanti questa e altre preziosità.
Come posso dissetarmi acquistando una bottiglietta di plastica?
"La sete" foto di Giuseppe Cominetti 1958
Recarsi alla sorgente con orci rigorosamente di vetro (guai a usare taniche in plastica) è scomodo ma scandisce un tempo che non c’è più e che non andrebbe perduto. E’ come la stufa a legna in casa quando fa freddo. Con tre pezzi di legno ti scalda. Certo, il termostato a muro dove scegliere la temperatura ideale, anche da remoto, è una bella comodità. Arrivi a casa ed è calda al punto giusto. Ma quel paio d’ore spese ad attizzare il fuoco con addosso un bel maglione di lana pesante in attesa che la temperatura diventi accogliente, siamo così sicuri che siano buttate? Non sono forse le comodità che generano stress con il loro essere appunto comode?
Provate a starvene da soli davanti a un termosifone con una bottiglia di plastica e forse potrete rimpiangere chi se ne sta davanti a un bel fuoco con una brocca d’acqua di sorgente per dissetarsi a dovere.
L’acqua è indispensabile alla nostra sopravvivenza e non deve essere resa commerciale per il guadagno di pochi a discapito degli altri, che sono la maggior parte.
Un paese che si dichiara civile dovrebbe avere chiari questi valori di base prima di darsi a dei progetti ambiziosi d’ogni genere e sorta. L'acqua nelle bottiglie di plastica, non compratela.
Fontana di guerra sulla Cengia Martini al Lagazuoi

lunedì 1 gennaio 2018

TROLLEY GENERATION

Con la mia splendidamente scomoda
borsa a S.Isidro (ARG)
Nel 1990 viaggiavo molto e una nota ditta produttrice di valigie mi fece un regalo: una capiente borsa con manico allungabile e ruote. Le due rotelle, montate su cuscinetti a sfere, facevano spostare la borsa con estrema facilità e ci potevo caricare dentro un sacco di roba, anche pesante, portandomela appresso con poco sforzo. Ai tempi era una novità.
La usai molto, fino a sfondarla ma un calzolaio me la riparò e ce l’ho ancora. E’ bella perché è vissuta nell’aspetto e soprattutto funziona ancora a meraviglia. Ma non la uso più! Viaggio un po’ meno di allora ma abbastanza per avere bisogno di borse e non ne ho mai più voluta una con le ruote. Mi succedeva che caricavo un sacco di cose che poi non mi servivano . Sono sempre stato fedele al principio che se hai il dubbio tra portare o no una cosa, che magari potrebbe servire, quella cosa va lasciata a casa.
Evidentemente non la pensano così la maggior parte delle persone: basta prendere il treno, per incocciare in una moltitudine di passeggeri che trascinano dietro di sé pesanti valigie a ruote che poi non riescono a mettere sulle cappelliere, ingombrando i corridoi. Mi dico che in quelle valigie ci saranno sicuramente molte cose inutili, che vengono caricate al loro interno solo perché con le ruote si trasportano più facilmente.
Viviamo in un sistema fondato sulla crescita, dove l’essenzialità è malvista e non può essere associata all’odierna idea di benessere che si basa sul possesso di oggetti più o meno costosi e non sull’effettiva qualità della vita e sulla felicità delle persone. Per me “stare bene” non può dipendere dal possesso di cose ma da come mi sento indipendentemente da esse. E poi, con meno oggetti, si è più agili e leggeri.
Sono un alpinista e da molto tempo ho capito che per salire sulle montagne, facili o difficili che siano, meno cose ti porti e meglio è. Si è più veloci, efficaci, meno stanchi e non ultimo anche più sicuri.
Questo mio modo di pensare spesso mi procura dei problemi nei confronti di molte persone.
Mi compro pochi vestiti, cambio la macchina quando non ne può più e non quando esce un modello nuovo, mangio poco e le cose che possiedo so quanto durano e quindi non le cambio solo perché mi hanno stufato.
Insomma per il sistema sono un danno ma sono certo che inseguire la crescita a tutti i costi (stress, poco tempo libero, mancanza di affetti, ecc) non renda felici e porti malamente alla fine. Ogni cosa cresce e poi raggiunge un suo equilibrio, ma se continuiamo a pomparla per farla crescere sempre più, prima o poi scoppia.
A cavallo tra gli anni ’90 e i primi del 2000 ho fatto l’istruttore ai corsi per diventare Guida Alpina. Una bella esperienza a contatto con gente giovane e entusiasta di ciò che faceva. Mi sono sempre tenuto alla larga dalle “novità a ogni costo”  pur essendo curioso, e ho cercato soprattutto di insegnare agli allievi come si fa questo complicato e bellissimo lavoro. Smisi di fare l’istruttore quando, tra l’attrezzatura da alpinismo, apparve un oggetto assolutamente inutile: la dasy chain, un anello di fettuccia in nylon cucita in più punti in modo da ottenere molti anelli più piccoli a guisa di catena, utilizzabile per vari scopi. Il bello è che tutti questi scopi  possono essere assolti egregiamente dall’attrezzatura base che ogni alpinista si porta appresso. Non sto qui a elencarli, ma aggiungere un ulteriore attrezzo a quell’insieme, a volte complicato, di elementi che ci assicurano a una parete (imbragatura, moschettoni, fettucce, cordini, chiodi, ecc), mi sembra  superfluo e pure pericoloso.  In breve, nell’alpinismo, se di un oggetto non ne senti estremo bisogno significa che non serve averlo, ovviamente occorre scegliere con estrema cura solo l’indispensabile.  Nel 1983 Jean Marc Boivin salì in 10 ore l’integrale di Peuterey da solo dichiarando di non avere portato con sé la borraccia, visto che non gli serviva!

Un amico si era appena comprato un lussuoso pullmino 4x4, alle porte dell’inverno l’aveva dovuto dotare di pneumatici invernali e, alla mia proposta di venirmi a trovare in montagna per farci qualche gita, mi rispose che dopo l’acquisto delle gomme era rimasto senza soldi, e quindi sarebbe restato a casa. Robe da matti.


Non credo che la fatica vada scansata a prescindere. Ci sono connesse a essa infiniti elementi che determinano il nostro vero benessere. Quindi quando viaggio mi porto una borsona con tracolla e ci metto dentro l’indispensabile per non farla troppo pesante e per non ritrovarmi in giro pieno di cose inutili.

domenica 10 dicembre 2017

ICE CLIMBING & FREERIDING DOLOMITES 2018

Affilate  picche e ramponi!
Goulottes, Couloirs e Cascate nelle Dolomiti ci aspettano.
Doerte Pietron su Salares, Dolomites

Dal 31 dicembre a marzo.... da soli, in coppia o in gruppo.

E tirate fuori gli sci, visto che 
quest'inverno la neve c'é!
 M.Cominetti, Gr.Sella Dolomites, ph.M.Agreiter

qui i dettagli
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mercoledì 15 novembre 2017

Tra Nepal e Patagonia 2017/'18

Tra le varie partenze autunnali e di fine anno sono riuscito a infilare qualche bella arrampicata in terra sarda. Qui siamo in cima all'Aguglia di Goloritzè che forse non tutti sanno chiamarsi MONTE CAROTA (Punta Caroddi in baunese), a Pedralonga e al Sistema Solare, nelle vicinanze di S.Maria Navarrese (Baunei).
Marta su Marinaio di Foresta a Pedralonga ph. A.DeGiuli

L'uscita in cima a Pedralonga su Marinaio di Foresta
ph. A.DeGiuli

Claudia nella falesia detta Sistema Solare, S.Maria Navarrese

Con Simona in cima alla Carota

Vetta Mediterranea

Dalla cima verso Cala Goloritzè

domenica 1 ottobre 2017

VERO FREERIDE II

 IL BUGIARDO   ( Vero Freeride II )

Da sin.: io, Stefano Bonetti, Sandro Pansini, Libero Liggeri,
Angelo Baccini, Walter Buongiorno. S.Fruttuoso di Camogli 1978










Genova 1978
Al nostro gruppo degli Scout, dopo una campagna per raccogliere iscritti che non ricordo come si svolse, si aggiunse in autunno un elemento degno di nota.
RL era un bel giovanotto poco più che ventenne, simpatico, incantava tutti con i suoi racconti, specie le ragazze. Di nobili origini possedeva case, tenute e castelli in ogni località di grido e aveva, a dir suo, un’attività sessuale che a tutti noi sembrava notevole.
Ovviamente si muoveva su lussuose auto con autista, solo sulla Lamborghini Miura guidava lui, era un campione in diversi sport e vestiva capi di marca e alla moda casual di allora.
Freeride anni '80
Arrivato l’inverno lo invitammo a passare una domenica con noi sugli sci nella località di Artesina, piccola e modesta stazione delle Alpi Marittime. Accettò con un po’ di riluttanza e ci disse che si sarebbe presentato all’appuntamento con una macchina “adatta”.
Era ancora buio quando ci incontrammo al casello di Genova Ovest presso la concessionaria Fiat e RL non si presentò con la jeep che ci immaginavamo, bensì con una Autobianchi A112 Abarth da 58 cavalli rossa e nera.
Non si trattava di una fuoriserie ma era comunque una macchina fighissima e io vi presi volentieri posto.
Gli altri occupavano la seconda A112 amaranto di Maurizio e la Fiat 850 Coupé blu notte di Firpo.
Imboccata l’autostrada, RL non risparmiò di tirare bene le marce per dimostrare di che pasta era fatta la sua scattante autovettura, costringendo gli altri che seguivano a superare i limiti che ci davamo per rientrare nel rosicato budget di cui disponevamo che prevedeva di non consumare più di tot carburante e quindi di stare sotto i 100 km all’ora.
Il piccolo convoglio avanzava brillantemente verso Savona e poi Mondovì lungo la vecchia autostrada per Torino dalle corsie con sorpasso alternato, pericolosissima, si diceva, ma che a noi mai sembrò tale.
Arrivati a destinazione e acquistati alcuni skipass (altri venivano falsificati abilmente, sempre per risparmiare) inforcavamo gli impianti per smettere di sciare solo quando avrebbero chiuso.
Bisogna dire che per noi sciare significava una sola cosa: metterci nei guai e combinare dei grossi casini. Le piste a gobbe (quelle lisciate di oggi non esistevano ancora) ci piacevano fino a un certo punto perché prevalentemente ci infilavamo nei boschi o comunque giù da pendii fuoripista. Saltavamo dalla seggiovia, andavamo all’indietro sullo skilift o in 2 o 3 alla volta, costruivamo salti sfinendoci dalle botte che prendevamo cadendo e ricordo una sensazione di umido costante addosso perché i vestiti erano sempre bagnati dalla neve fonda in cui rotolavamo facendo la lotta, in cui cadevamo lanciandoci dagli alberi o semplicemente sciando alla massima velocità per esplodere in tragicomiche nuvole bianche.
RL aveva sempre sciato col maestro o con campioni e ci diceva che quello non era sciare, ma tentava di seguirci per non restare solo e in breve tempo fu esausto. Approfittò di una breve pausa durante la quale  mangiammo i panini preparati dalle nostre mamme, per riprendersi un poco, ma si vedeva che le gambe non rispondevano più da tempo alla volontà del loro padrone, figuriamoci gli sci…
Dopo l’ennesima caduta a ribaltoni nella neve fonda, RL era sull’orlo dello sfinimento mentre noi altri eravamo solo preoccupati perché di lì a poco gli impianti avrebbero chiuso.
Partimmo quindi per un’ultima risalita per scendere fuoripista, ovviamente, alla “merdaccia chi arriva ultimo”.
L’aria di mare si faceva sentire da un pezzo e la neve, polverosa al mattino, nel pomeriggio era diventata cartongesso, ma noi, nulla ci poteva fermare! RL prese velocità, perse completamente il controllo e fece l’ennesima spettacolare caduta: il suo corpo sembrava un manichino vuoto che si torceva e avvitava su se stesso fino a sbattere al suolo violentemente. Non si muoveva più, era morto! No, muoveva un braccio, la faccia sfregiata era sotto la neve macchiata di sangue. Gli usciva un rantolo dalla bocca riempita dalla neve. Cercammo di aiutarlo ma se lo toccavamo urlava come una scimmia impazzita. A quei tempi alla chiusura degli impianti non passava nessun controllo piste di sicurezza e stava diventando velocemente buio. Chiamare soccorso era l’ultima delle cose che ci sarebbe venuta in mente. Tutto era deserto e immobile e bisognava scendere in qualche modo. RL si contorceva dal dolore e piangeva mentre noi lo trascinavamo fino al fondovalle tirandolo per la giacca a vento fradicia e i suoi piedi giravano a 360 gradi come quelli di Pinocchio. Ma RL non era un cartone animato. Dal ginocchio in giù le gambe non sembravano più le sue tanto strisciavano sulla neve seguendone le asperità senza reagire.
Arrivati al parcheggio ci ingegnammo per il trasporto del ferito. Costruimmo una specie di barella con dei cartoni recuperati dai cassonetti dei rifiuti per poter sdraiare RL sul sedile dell’850 di Firpo, l’unica con i sedili ribaltabili. RL era allo stremo, sembrava un ferito di guerra di quelli che si vedevano nei film.
Neanche a dirlo Sandro, il più grande della nostra compagnia, inforcò con Libero la A112 Abarth di RL per correre a Genova, vedere quale velocità massima poteva raggiungere quel piccolo bolide e per avvisare al telefono i familiari di RL. Telefonare da Artesina sarebbe costato troppi gettoni telefonici…
Le curve per scendere a Mondovì erano una tortura per RL che sballottava al mio fianco, io cercavo di immobilizzarlo ma lui urlava di dolore e non voleva essere toccato in nessuna parte del corpo. Firpo alla guida cercava argomenti che secondo lui potevano distrarre RL dai suoi dolori lancinanti: la versione Coupé della Fiat 850 non era come la sua omonima berlina ma vantava un motore di ben 1000 cc e soprattutto, trattandosi di un’auto sportiva, aveva sospensioni molto più dure! Ecco il perché di quei sobbalzi,  dolorosissimi per RL, che io cercavo di confortare facendogli mordere uno straccio tutto sporco trovato sotto al sedile.
Imboccata l’autostrada, al principio tutto sembrava filare meglio ma durò pochissimo perché poco dopo iniziò una serie di viadotti e sulle giunzioni tra le parti di cemento armato che li compongono le sospensioni dell’850 Coupé diedero il meglio di sé ricordando a RL ancora una volta che anche quella, oltre alla sua, era un’auto sportiva.
Una consuetudine alla quale non potevamo venire meno, pena lo sforare dal nostro budget domenicale, era quella di fare tutti i tratti in discesa a motore spento. Firpo non era uno spericolato, tra noi era forse il più calmo e prudente, ma per non perdere l’abbrivio non toccava mai i freni e, se serviva, si lanciava pure in sorpassi a motore spento tra le corsie del sorpasso alternato con la massima naturalezza. Diceva che per non scaricare la batteria, che a motore spento non veniva ricaricata dalla dinamo, non poteva tenere accesi gli anabbaglianti e quindi  andavamo con le sole luci di posizione  e i sorpassi erano un azzardo pazzesco.
Finalmente arrivammo all’ospedale Galliera di Genova. Eravamo tutti nella sala d’aspetto del Pronto Soccorso mentre gli infermieri adagiavano RL su una vera barella e lui ci guardava in lacrime e con gli occhi sbarrati, felice di essere finalmente sfuggito alle nostre manovre poco delicate.
Ce ne stavamo con l’aria mesta ad aspettare il padre di RL che era stato avvertito al telefono, ci aspettavamo un nobiluomo con Mercedes nera o con una Lancia Fulvia 2000 grigio metallizzato, ovviamente con autista in livrea. Grande fu la nostra sorpresa quando da una Fiat 850 berlina scese un ometto che correndo verso il Pronto Soccorso gridava in dialetto genovese “duv’e u l’è mèe figgiu”. Fu allora che scoprimmo, con disappunto e meraviglia, che il padre di RL faceva il portuale e che il figlio, poveraccio, aveva riportato fratture scomposte e a spirale di tibia e perone di entrambe le gambe.
Viaggiò in stampelle per mesi e mesi, fu sottoposto a numerosi interventi chirurgici e non lo vedemmo mai più.

Boccadasse (Ge) 1979