mercoledì 15 novembre 2017

Tra Nepal e Patagonia 2017/'18

Tra le varie partenze autunnali e di fine anno sono riuscito a infilare qualche bella arrampicata in terra sarda. Qui siamo in cima all'Aguglia di Goloritzè che forse non tutti sanno chiamarsi MONTE CAROTA (Punta Caroddi in baunese)
Claudia nella falesia detta Sistema Solare, S.Maria Navarrese

Con Simona in cima alla Carota

Vetta Mediterranea

Dalla cima verso Cala Goloritzè

domenica 1 ottobre 2017

VERO FREERIDE II

 IL BUGIARDO   ( Vero Freeride II )

Da sin.: io, Stefano Bonetti, Sandro Pansini, Libero Liggeri,
Angelo Baccini, Walter Buongiorno. S.Fruttuoso di Camogli 1978










Genova 1978
Al nostro gruppo degli Scout, dopo una campagna per raccogliere iscritti che non ricordo come si svolse, si aggiunse in autunno un elemento degno di nota.
RL era un bel giovanotto poco più che ventenne, simpatico, incantava tutti con i suoi racconti, specie le ragazze. Di nobili origini possedeva case, tenute e castelli in ogni località di grido e aveva, a dir suo, un’attività sessuale che a tutti noi sembrava notevole.
Ovviamente si muoveva su lussuose auto con autista, solo sulla Lamborghini Miura guidava lui, era un campione in diversi sport e vestiva capi di marca e alla moda casual di allora.
Freeride anni '80
Arrivato l’inverno lo invitammo a passare una domenica con noi sugli sci nella località di Artesina, piccola e modesta stazione delle Alpi Marittime. Accettò con un po’ di riluttanza e ci disse che si sarebbe presentato all’appuntamento con una macchina “adatta”.
Era ancora buio quando ci incontrammo al casello di Genova Ovest presso la concessionaria Fiat e RL non si presentò con la jeep che ci immaginavamo, bensì con una Autobianchi A112 Abarth da 58 cavalli rossa e nera.
Non si trattava di una fuoriserie ma era comunque una macchina fighissima e io vi presi volentieri posto.
Gli altri occupavano la seconda A112 amaranto di Maurizio e la Fiat 850 Coupé blu notte di Firpo.
Imboccata l’autostrada, RL non risparmiò di tirare bene le marce per dimostrare di che pasta era fatta la sua scattante autovettura, costringendo gli altri che seguivano a superare i limiti che ci davamo per rientrare nel rosicato budget di cui disponevamo che prevedeva di non consumare più di tot carburante e quindi di stare sotto i 100 km all’ora.
Il piccolo convoglio avanzava brillantemente verso Savona e poi Mondovì lungo la vecchia autostrada per Torino dalle corsie con sorpasso alternato, pericolosissima, si diceva, ma che a noi mai sembrò tale.
Arrivati a destinazione e acquistati alcuni skipass (altri venivano falsificati abilmente, sempre per risparmiare) inforcavamo gli impianti per smettere di sciare solo quando avrebbero chiuso.
Bisogna dire che per noi sciare significava una sola cosa: metterci nei guai e combinare dei grossi casini. Le piste a gobbe (quelle lisciate di oggi non esistevano ancora) ci piacevano fino a un certo punto perché prevalentemente ci infilavamo nei boschi o comunque giù da pendii fuoripista. Saltavamo dalla seggiovia, andavamo all’indietro sullo skilift o in 2 o 3 alla volta, costruivamo salti sfinendoci dalle botte che prendevamo cadendo e ricordo una sensazione di umido costante addosso perché i vestiti erano sempre bagnati dalla neve fonda in cui rotolavamo facendo la lotta, in cui cadevamo lanciandoci dagli alberi o semplicemente sciando alla massima velocità per esplodere in tragicomiche nuvole bianche.
RL aveva sempre sciato col maestro o con campioni e ci diceva che quello non era sciare, ma tentava di seguirci per non restare solo e in breve tempo fu esausto. Approfittò di una breve pausa durante la quale  mangiammo i panini preparati dalle nostre mamme, per riprendersi un poco, ma si vedeva che le gambe non rispondevano più da tempo alla volontà del loro padrone, figuriamoci gli sci…
Dopo l’ennesima caduta a ribaltoni nella neve fonda, RL era sull’orlo dello sfinimento mentre noi altri eravamo solo preoccupati perché di lì a poco gli impianti avrebbero chiuso.
Partimmo quindi per un’ultima risalita per scendere fuoripista, ovviamente, alla “merdaccia chi arriva ultimo”.
L’aria di mare si faceva sentire da un pezzo e la neve, polverosa al mattino, nel pomeriggio era diventata cartongesso, ma noi, nulla ci poteva fermare! RL prese velocità, perse completamente il controllo e fece l’ennesima spettacolare caduta: il suo corpo sembrava un manichino vuoto che si torceva e avvitava su se stesso fino a sbattere al suolo violentemente. Non si muoveva più, era morto! No, muoveva un braccio, la faccia sfregiata era sotto la neve macchiata di sangue. Gli usciva un rantolo dalla bocca riempita dalla neve. Cercammo di aiutarlo ma se lo toccavamo urlava come una scimmia impazzita. A quei tempi alla chiusura degli impianti non passava nessun controllo piste di sicurezza e stava diventando velocemente buio. Chiamare soccorso era l’ultima delle cose che ci sarebbe venuta in mente. Tutto era deserto e immobile e bisognava scendere in qualche modo. RL si contorceva dal dolore e piangeva mentre noi lo trascinavamo fino al fondovalle tirandolo per la giacca a vento fradicia e i suoi piedi giravano a 360 gradi come quelli di Pinocchio. Ma RL non era un cartone animato. Dal ginocchio in giù le gambe non sembravano più le sue tanto strisciavano sulla neve seguendone le asperità senza reagire.
Arrivati al parcheggio ci ingegnammo per il trasporto del ferito. Costruimmo una specie di barella con dei cartoni recuperati dai cassonetti dei rifiuti per poter sdraiare RL sul sedile dell’850 di Firpo, l’unica con i sedili ribaltabili. RL era allo stremo, sembrava un ferito di guerra di quelli che si vedevano nei film.
Neanche a dirlo Sandro, il più grande della nostra compagnia, inforcò con Libero la A112 Abarth di RL per correre a Genova, vedere quale velocità massima poteva raggiungere quel piccolo bolide e per avvisare al telefono i familiari di RL. Telefonare da Artesina sarebbe costato troppi gettoni telefonici…
Le curve per scendere a Mondovì erano una tortura per RL che sballottava al mio fianco, io cercavo di immobilizzarlo ma lui urlava di dolore e non voleva essere toccato in nessuna parte del corpo. Firpo alla guida cercava argomenti che secondo lui potevano distrarre RL dai suoi dolori lancinanti: la versione Coupé della Fiat 850 non era come la sua omonima berlina ma vantava un motore di ben 1000 cc e soprattutto, trattandosi di un’auto sportiva, aveva sospensioni molto più dure! Ecco il perché di quei sobbalzi,  dolorosissimi per RL, che io cercavo di confortare facendogli mordere uno straccio tutto sporco trovato sotto al sedile.
Imboccata l’autostrada, al principio tutto sembrava filare meglio ma durò pochissimo perché poco dopo iniziò una serie di viadotti e sulle giunzioni tra le parti di cemento armato che li compongono le sospensioni dell’850 Coupé diedero il meglio di sé ricordando a RL ancora una volta che anche quella, oltre alla sua, era un’auto sportiva.
Una consuetudine alla quale non potevamo venire meno, pena lo sforare dal nostro budget domenicale, era quella di fare tutti i tratti in discesa a motore spento. Firpo non era uno spericolato, tra noi era forse il più calmo e prudente, ma per non perdere l’abbrivio non toccava mai i freni e, se serviva, si lanciava pure in sorpassi a motore spento tra le corsie del sorpasso alternato con la massima naturalezza. Diceva che per non scaricare la batteria, che a motore spento non veniva ricaricata dalla dinamo, non poteva tenere accesi gli anabbaglianti e quindi  andavamo con le sole luci di posizione  e i sorpassi erano un azzardo pazzesco.
Finalmente arrivammo all’ospedale Galliera di Genova. Eravamo tutti nella sala d’aspetto del Pronto Soccorso mentre gli infermieri adagiavano RL su una vera barella e lui ci guardava in lacrime e con gli occhi sbarrati, felice di essere finalmente sfuggito alle nostre manovre poco delicate.
Ce ne stavamo con l’aria mesta ad aspettare il padre di RL che era stato avvertito al telefono, ci aspettavamo un nobiluomo con Mercedes nera o con una Lancia Fulvia 2000 grigio metallizzato, ovviamente con autista in livrea. Grande fu la nostra sorpresa quando da una Fiat 850 berlina scese un ometto che correndo verso il Pronto Soccorso gridava in dialetto genovese “duv’e u l’è mèe figgiu”. Fu allora che scoprimmo, con disappunto e meraviglia, che il padre di RL faceva il portuale e che il figlio, poveraccio, aveva riportato fratture scomposte e a spirale di tibia e perone di entrambe le gambe.
Viaggiò in stampelle per mesi e mesi, fu sottoposto a numerosi interventi chirurgici e non lo vedemmo mai più.

Boccadasse (Ge) 1979

martedì 5 settembre 2017

Settembre: il periodo dell'anno più bello per scalare in Dolomiti

Marmolada Via Don Quixote

Pisciadù Via Acquafun

Civetta


Punta Civetta Via Andrich



Cima Torre Trieste



Torre Trieste Via Tissi


Salame del Sassolungo, Via Comici-Casara


Cima Col dei Bos, e tante altre aspettano....


sabato 27 maggio 2017

Rassegna alpinistica in Alta Badia EMOZIONI SOSPESE, 18 luglio 2017 IL CERRO TORRE SECONDO ME

Fitz Roy e Cerro Torre Massif da Paso Marconi, Patagonia
Sono stato invitato in Alta Badia a Corvara a presentare il docu-film Il Cerro Torre secondo me il 18 luglio P.V. alle 21.15 presso la sala manifestazioni Rottonara in Strada Col Alt, edificio del Comune.

Corvara è il posto dove ho vissuto 22 anni e resta "il mio paese" anche se da un po' di tempo vivo poco distante.
Qui tutti i dettagli:

L'ingresso è libero, siete tutti invitati.

PS. il Fitz Roy e il Cerro Torre NON sono in Alto Adige/Suedtirol.

martedì 9 maggio 2017

SERATA A GENOVA IL 22 MAGGIO al Cinema Sivori con Franz Salvaterra

26 maggio 2017, il cimena Sivori era pieno fino all'orlo! Grande entusiasmo del pubblico che ha partecipato dopo la proiezione con domande di ogni tipo. 
Grazie Genova!

giovedì 4 maggio 2017

SCI DI UNA VOLTA, MA NON TROPPO

In Marmolada a fine aprile 2017
Pubblico l'articolo di Giorgio Daidola uscito su L'Adige il 3 maggio us perché fa riflettere sulle sorti eventuali di uno sci di pista ancora compatibile con la natura.
Cliccando sull'immagine si può ingrandire.










Oggi, 4 maggio vedo la Marmolada dalla finestra di casa innevata come mai lo è stata durante l'inverno appena finito e... forse mai arrivato. Qualche bella gita con le pelli si può ancora fare.

mercoledì 12 aprile 2017

PROPRIO UNA BELLA NORD DELL'EIGER!

CATENA DI INSICUREZZA


Easy Rider
Prendo a prestito dall’alpinismo il termine –catena di sicurezza- che indica l’insieme degli elementi meccanici e la loro disposizione, che collegano l’alpinista alla parete che sta scalando. Normalmente sono corda, moschettoni, dispositivi frenanti o bloccanti, fettucce, imbragatura, ancoraggi,  ecc.
Si intende così una sicurezza standardizzata da mettere in atto a seconda della situazione e che prevede, per il suo buon funzionamento, una buona dose di esperienza. Le Guide Alpine conoscono assai bene questo elemento, semplicemente perché vi hanno a che fare in ogni momento della propria attività.
Capovolgo e stravolgo questo concetto per parlare ora di un fenomeno comune sempre più e, secondo me, terribilmente deleterio ai fini della sopravvivenza della nostra specie. Quella umana.
A partire dal nostro cigolante Club Alpino Italiano per arrivare alle mille Associazioni più o meno lecite e finendo agli utenti più disparati di quello che oggi viene definito come “mondo dell’ outdoor”, negli ultimi, direi 5 o 6 anni, ho notato un impoverimento tecnico e morale a dir poco enorme. Perché?
Secondo me a causa dell’utilizzo improprio della tecnologia e di un crescente benessere economico che hanno fatto dimenticare passione, modestia, amore per la fatica non fine a se stessa e buon senso, ai più.
Non è la prima volta che dico o scrivo che il concetto di sicurezza è un qualcosa di impalpabile, labile e profondamente intimo di ognuno di noi, così come l’insicurezza che ne deriva se, prima di tutto, questo primo elemento così indefinibile non è in equilibrio con un’ infinità di piccoli e grandi elementi fisici e morali.
Ma ora vorrei basarmi su questioni puramente fisiche e meno eteree, per farmi capire meglio e per  non finire in qualche delirio cosmico inutilmente tirato in ballo impropriamente.
Tutto quello che mi posso comprare con il denaro che ho non sono strumenti che mi danno automaticamente la sicurezza di cui ho bisogno! Certo, acquistando e utilizzando una corda da alpinismo ho più sicurezza che se ne usassi una costruita per stendere il bucato, su questo non ci piove.
Ma se mi compro un SUV da 80mila euro e ho una guida incerta, ho paura delle strade strette di montagna e credo che la trazione sulle 4 ruote mi possa sollevare da ogni impiccio, mi sbaglio di grosso. Questo è solo per fare un esempio tra i più eclatanti. Basta guardarsi intorno per notarlo.
Vado avanti con gli esempi.
Quando ero un ragazzo, negli anni ’70 per intenderci, sognavo di avere una Nikon F perché la fotografia era una delle mie passioni più forti. Era la macchina fotografica dei reporter della guerra in Viet-nam e di tutta quella schiera di anarchici giramondo che fotografavano per la Magnum.
Insomma per un appassionato di fotografia era un apparecchio che potevi avere solamente se ci capivi un sacco, anche perché non era piena di automatismi e le foto dovevi farle TU. La Nikon F tutt’al più ti dava una possibilità perché era robusta e aveva tanti accessori e ottime ottiche.
Mi dovetti accontentare di una Praktica russa che mio padre mi comprò su consiglio di uno zio fotografo (il miglior fotografo che abbia mai conosciuto, non scherzo! E averlo avuto come maestro è per me motivo di orgoglio sconfinato) che utilizzai per anni e anni e che mi insegnò con la sua complessità d’uso e il suo peso, un sacco di cose utili.
Fotoreporter anni '70
Oggi un concetto simile fa sorridere perché con qualche centinaio di euro puoi comprarti una reflex professionale che fa ottime foto anche se sei cieco e stupido. Una scorciatoia tutto sommato a buon mercato percorsa dalla maggior parte.
Ma è sul concetto del “merito” che vorrei tornare, ovvero sul fatto che mi sarei meritato una macchina fotografica più professionale una volta che avessi imparato a fare le foto e vi assicuro che a quei tempi riuscirci non era così scontato come lo è oggi.
Macchine fotografiche analogiche
Insomma chi aveva una Nikon F a tracolla era uno che sapeva fare le foto, non era uno che aveva soldi da buttare, era un fotografo vero, uno che portava a casa la pagnotta vendendo fotografie perché sapeva farle.
Così come un motociclista che aveva una Kawasaki 500 o una Suzuki GT550 o una Moto Guzzi 850 Le Mans, era uno che in curva consumava le pedaline sull’asfalto perché sapeva prendere una curva per bene e magari era vestito di jeans (pantaloni e giubbotto) e il casco lo lasciava a chi correva in pista. Tutt’al più indossava un paio di Ray Ban a goccia.
Oggi i motociclisti sono tutti in sella a mostri potentissimi e vestiti come i piloti del motomondiale ma hanno una guida incerta, per nulla fluida e prendono le curve traballando per accelerare subito dopo al primo rettilineo per iniettarsi la certezza di essere sul mezzo giusto. Ma la moto è bella in curva. In rettilineo è una palla mostruosa.

La mia generazione è cresciuta senza seggiolini da auto e senza cinture di sicurezza. Un livello di selezione elevatissimo ma che ci ha resi pragmatici e robusti, quindi inadatti al mondo di oggi fatto di gingilli e paccottiglia luccicante in vendita atta a garantirti una falsa sicurezza.
Moto Guzzi 850 Le Mans
Si, si mi direte: se cozzi su un sasso mentre scii e non hai il casco ti rompi la testa. Come non essere d’accordo? Ma il sentirsi sicuri mentre si fa qualcosa non passa necessariamente attraverso l’avere quello che il sistema (e forse anche la legge, giusta o no che sia) passa e omologa come indispensabile.
Mia figlia Isa in pista
Mia figlia al compimento del quattordicesimo compleanno come regalo mi ha chiesto di poter sciare senza casco. Sull’iniziale  e lecita preoccupazione genitoriale ha poi prevalso la razionalità secondo me, ovvero: aveva ragione a chiedermelo. Sulla pista affollata si mette il casco ma fuoripista no. Con la mia totale approvazione di padre che crede nella libertà. Anche di rompersi la testa!
E’ un concetto avvertibile da chi va a fondo delle cose, per questo mi fa fare fatica a spiegarlo a chi si sente sicuro solo se esce da un negozio con la migliore attrezzatura o guida un’auto costosa o ha una casa ermetica e falsamente minimale. Questi personaggi normalmente non si spingono oltre la soglia del facile sentiero marcato se hanno un minimo di buon senso e il loro istinto di conservazione, se mai ne hanno uno, ha un minimo di vitalità. Anche se sono equipaggiati come se dovessero andare sul K2. Diversamente si mettono in casini inenarrabili, anche perché appesantiti da tutte quelle cianfrusaglie che rendono l’essere dinamici un’utopia. E la natura è perennemente dinamica.

Una delle scorciatoie più praticate ultimamente è quella della teorizzazione della gestione del rischio o risk management, che suona più sicuro per gli insicuri, dico io.
Una serie di elementi riportati su test e grafici ci dice alla fine cosa possiamo e cosa non dobbiamo fare prima di affrontare un sentiero, una gita con gli sci o una scalata. La chiamo scorciatoia perché, come le rughe sul viso di Anna Magnani (che non voleva togliersele perché c’aveva messo tanto tempo a farsele venire), serve un sacco di tempo a farsi la necessaria esperienza utile a riconoscere e a limitare il rischio laddove c’è. E quel limite che esiste sicuramente, non è lo stesso per tutti. Si chiama esperienza ma nessuno o quasi la nomina più, perché è una cosa lunghissima da ottenere anche in solo in minima parte, figuriamoci in dose massiccia. E poi non da certezza perché per quanta uno ne abbia non è mai abbastanza. Non rende appagati l’esperienza, perché non finisce che con la morte e questo non piace a nessuno. Non si può dire con certezza matematica (invece dopo un autotest sul risk management ci si sente appagati, autorizzati e pronti) che l’esperienza che abbiamo ci salverà di sicuro, quindi ben venga qualcosa che la sostituisca e la renda altrettanto appagante, certa e veloce da ottenere. Io la chiamo presunta esperienza, ma oggi i guru la definiscono come sicurezza. 

mercoledì 15 febbraio 2017

SCIALPINISMO d'alta qualità in DOLOMITI 7-9 aprile 2017 dal Sass Pordoi a Cortina

Partenza confermata per la Traversata dal Passo Pordoi a Cortina (QUI il programma dettagliato) dal 7 al 9 aprile 2017.
Una "cavalcata" su 3 cime di oltre 3000m. con discese tecniche e tra le più remunerative delle Alpi tutte, al cospetto di grandi pareti e valli incantate, dove sono nate le più belle Leggende delle Dolomiti. Ci sarà un perché!
Una notte in B&B in Alta Badia e una in rifugio.
Posti limitati.
Le Tofane da Forcella Monte Casale,
 prima di una delle più belle discese della Alpi tutte.
Sass Pordoi, Arabba 
Informazioni e iscrizioni
info@marcellocominetti.com   -tel. 327.7105289-

martedì 14 febbraio 2017

ICE CLIMBING Dolomiti 2017

La poca neve per il freeriding lascia agli Ice climbers la comodità degli accessi senza fare troppa fatica.
"Solo per pochi", Colfosco, Alta Badia, settore alto.
Le buone condizioni di molte cascate (meno buone per gli itinerari di misto) sono sicuramente da prendere in considerazione.
Cliccando qui trovate tutte le informazioni per passare una o più giornate con la guida, a scoprire questa attività, o a percorrere itinerari di soddisfazione in ambiente straordinario, se siete già esperti.

sabato 21 gennaio 2017

Bye Bye El Chaltén dopo la stagione 2016/2017

per scoprirlo vai su www.inpatagonia.it 
Per riportare com'è andata questa ultima stagione patagonica lascio la parola al mio collega Franz Salvaterra che io ho anticipato nel rientro a casa di una settimana. Ormai sempre più mi fa piacere lasciare a lui la parola perché riassume i fatti e le sensazioni in maniera più sintetica di come farei io.
Il suo è un descrivere "di pancia" mentre il mio sarebbe a volte troppo inutilmente ricercato e profondo. In fondo vivere di alpinismo è una barzelletta a cui non abbiamo mai smesso di credere, ma sempre di barzelletta si tratta.
Alla faccia dei retorici falso-romantici così noiosi e statici nel pensiero, penso che nulla vada preso sul serio e che la leggerezza di spirito rappresenti la più grande fonte di energia a cui l'alpinismo può attingere, perché per salire le montagne occorre prima di tutto essere leggeri.
Per leggere il resoconto andate qui, se non avete di meglio da
fare:  (ci sono anche delle foto carine)


Sottofondo musicale consigliato:  While my guitar gently weeps Noi l'ascoltavamo tutto il giorno quando era brutto tempo: praticamente sempre.

WARNING: a fine 2017 proporremo il TREKKING DEL DIABLO, un itinerario solitario e inedito che può essere ritenuto a buona ragione uno dei giri a piedi più belli del mondo. Coming soon su www.inpatagonia.it